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Alluvione nella Liguria di Levante: un'allerta infinita

 
Daniela Ferrante ha un agriturismo in Val di Vara. «Quel maledetto 25 ottobre mi ha cambiato la vita». Il dolore per la tragedia e la solidarietà dei giovani spezzini. La colpa? Del nostro stile di vita
 
   

     
Val di Vara, 19 dicembre 2011
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di Daniela Ferrante *
   
 
* Daniela Ferrante è agronoma della CIA (Confederazione Italiana Agricoltori) e contitolare di un'azienda agrituristica della Val di Vara insieme al fratello Alessandro.
Il loro agriturismo si chiama La Debbia (Rocchetta di Vara, località La Debbia di Molino Rotato, per info 338 9638566) ed è bloccato fino alla primavera 2012.

Con la pena nel cuore di chi, ancora ragazza, ha scelto di vivere in Val di Vara e di realizzare lì i propri sogni, scrivo queste poche righe, per fare chiarezza a me stessa, in primis. Da quel giorno le mie notti sono agitate, decisamente turbate; da quel giorno la mia vita è cambiata. E posso dirlo con la serenità di chi il pericolo lo ha scampato perché nell’azienda di mio fratello i danni sono limitati alle infrastrutture, e non posso che lamentare una chiusura forzata per i prossimi mesi.

Eppure non mi do pace.
Perché in questi vent’anni trascorsi in Val di Vara ho imparato ad apprezzare ogni borgo, ogni bosco, ogni ansa di torrente, ogni angolo vivace di questo magico comprensorio .
Sono riuscita a trasmettere questo sentimento a molti spezzini, da sempre più inclini ad apprezzare la Versilia che non il nostro entroterra, e me ne vanto. Chi mi conosce sa quanta energia ho profuso perché venisse riconosciuta alla Val di Vara quella dignità che le si addice; lungo questo percorso ho incontrato genti motivate ancora più di me, e ad esse oggi va il mio pensiero.
Quanta brava gente esiste ancora.

Ovunque si è percepito una forte dignità, un dolore lacerante ma intimo, che non si è trasformato in lamento ma in sorrisi. A questi sorrisi hanno risposto con una solidarietà inaspettata tanti spezzini giovani e meno giovani, stivali infangati e pale, secchi e carriole ovunque, il fango sui capelli e un grande cuore, oggi ancora più ricco, esempio di una fratellanza che tenevamo sepolta nel fondo dell’anima, soffocata dall’invidia e dall’arrivismo.
Amministratori e cittadini fianco a fianco per cercare di ripartire da zero, chi ha messo a frutto la propria passione e la propria abilità, il rafting, per salvare i suoi concittadini silenziosamente, in gommone; altri volontari stremati a furia di sollevare sui tetti gente ormai ghermita dalle acque, o in elicottero su e giù tra il cielo e i borghi isolati e ancora e ancora. Tutti eroi. Inconsapevoli della forza che avevano dentro di sé fino a quel 25 ottobre.

Di fronte a questo patrimonio di umanità vorrei che le polemiche tacessero. Perché ci siamo trovati di fronte ad una sciagura imprevedibile e sovrannaturale. E se degli errori sono stati commessi, dobbiamo da oggi cominciare a valutare come sanarli.
Certamente conta l’aver costruito, nei secoli, dove scorreva il fiume, per quanto il fiume sia arrivato anche là dove nessuno avrebbe mai detto potesse arrivare, 200, 250 metri dal suo corso naturale. Di sicuro incide anche l’innalzamento progressivo del letto, dato che la forza della corrente continua a portare a valle tronchi d’albero e inerti creando un tappo a valle, sul Magra, che fa sentire i suoi effetti anche a monte: la natura non tiene conto dei confini dei parchi e delle amministrazioni.

Credo piuttosto doveroso un ragionamento sul nostro stile di vita, noi che desideriamo le comodità, ampie strade, parcheggi accessibili, lavori poco faticosi e proficui: oggi dobbiamo fare un piccolo passo indietro, curare con la saggezza dei nostri vecchi questo territorio, viverlo, perché possa essere dote per i nostri figli. E tutti saremo un po’ più ricchi.

Nel Vara e nel Magra c’era qualche tronco di troppo? Può anche darsi, ma di certo quanto è accaduto nelle Cinque Terre e nella nostra vallata non è imputabile all’abbandono del territorio.
In questi anni si è lavorato molto per il recupero delle terre incolte, sono stati ripristinati muretti a secco realizzati con maestria, la vite e l’ulivo sono ritornati ai fasti antichi, l’agricoltura biologica ha rianimato l’economia dell’entroterra, molte le certificazioni ambientali conquistate.

L’agricoltura c’è, fatta di piccoli numeri ma di qualità eccellente, gli agricoltori ci sono e si sforzano di raccogliere i frutti di questa terra cruda. Gli si può rimproverare, semmai, di avere una scarsa propensione alla cura del terreno intesa come aratura, fresatura o comunque arieggiamento, che favorirebbe l’assorbimento delle acque meteoriche; ma gli si deve riconoscere che hanno le mani legate da una burocrazia disarmante, e che la terra vuole sacrificio, molto sacrificio.

La burocrazia: avete mai provato a chiedere le autorizzazioni per tagliare qualche pianta? Anche se cresciuta sui coltivi? Avete mai provato cosa significhi perdere un animale a cui tenevi, magari gravido, e che deve essere smaltito tramite un costoso trattamento in un inceneritore che si trova molto molto lontano? Oppure vedere l’uva ormai pronta per la vendemmia devastata dai cinghiali in una sola notte?

Quel maledetto giorno la furia delle acque ha iniziato a devastare i terreni in quota, le sorgenti traboccavano e scalzavano i poggi, e giù a cascata una sempre maggiore quantità di materiale ha creato quell’onda di fango, legname e pietre che ha lasciato sul terreno devastazione e morte. Il tutto è partito lassù, a monte, perché la quantità di acqua caduta era superiore a ogni umana previsione, inverosimile, quasi, per i vecchi custodi della memoria.
Di fronte a un evento di tale potenza poco avrebbero fatto i boschi più coltivati o i terreni arati.
Però discutiamone, riconosciamo all’agricoltura il ruolo fondamentale che ha per la custodia del territorio e come culla delle tradizioni. E soprattutto agevoliamo chi di agricoltura vuole vivere.

Oggi la nostra provincia è in ginocchio, tutta l’economia rischia di implodere con l’effetto a catena innestato da questa tragedia, un fenomeno di inimmaginabile potenza che però ci ha restituito un orgoglio lungamente sopito. Rialziamoci, dunque, ripartiamo apprezzando le cose semplici.
Riappropriamoci della natura come bene comune, ricominciamo, genitori e figli, a camminare per i sentieri o ad adottare asini e capre, mucche e cavalli, alberi e greti. E tutti ci guadagneremo.

 

 
 
 
 
 
 
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