A distanza di più di un decennio da quando decisi, su invito di Maria Grazia Ciani, Direttrice della collana di classici tascabili dell’editore Marsilio, di tradurre, interpretare e commentare tutte le tragedie di tutti i tragici greci, ne saluto adesso con rinnovato entusiasmo questa edizione nei Testi a fronte di Bompiani editore.
Grazie all’impegno di due importanti case editrici mi è consentito di offrire una visione endiadica dei capolavori dei grandi tragediografi greci, perché ciascuna di queste due operazioni filologiche ed ermeneutiche – quella per Marsilio, culminata nell’autunno 2007 con la pubblicazione del cofanetto in quattro volumi dedicati a Eschilo, Sofocle e Euripide, e questa di Bompiani, arricchita del testo greco a fronte – getta sulla fulgida stagione della tragedia ellenica uno sguardo diverso e complementare rispetto all’altra, di cui vale la pena cercare di cogliere la traiettoria.
Nel primo caso si puntava su una edizione senza testo a fronte, a una sola mano, di uno dei più affascinanti fenomeni della letteratura universale: la sceneggiatura dei miti, il patrimonio di leggende di un popolo, nell’idea che leggere le tragedie greche attraverso il linguaggio di una sola persona significa leggerle come un romanzo scritto in un linguaggio alto e chiaro, che non elude la grandezza dell'originale e la rende condivisibile.
Si trattava dunque a detta dell’Editore di immergere nel Moderno, con tutto il suo peso di feconda inattualità, uno dei raggiungimenti più alti dell’arte occidentale radicata nel mito e, aggiungo io, dell’arte sapienziale d’Occidente, capace di riverberare la spiritualità orfeodionisiaca eleusina nella sua dimensione essoterica: in maniera esplicita, attraverso tragedie vistosamente iniziatiche come Baccanti, Orestea, Alcesti, Edipo re e Edipo a Colono; e in maniera subliminale, per via la struttura stessa del teatro, che è ipso facto luogo sapienziale in cui si contempla il gioco delle passioni con empatia e distacco.
Con il greco a fronte, il testo diventa con-testo, sia perché recupera i segni attraverso i quali veniva fissato nella scrittura all’epoca in cui fu scritto, e che nella loro concretezza, seppure trasposta in caratteri tipografici aggiornati, sono immagine icastica della phoné di allora, sia perché è testo-con, ovvero compresenza di due testi che si presentano contemporaneamente al nostro sguardo, come l’immagine e lo specchio in cui si riflette si presentano simultanei all’occhio del terzo che osserva.
L’anelito della traduzione a far entrare l’originale dentro il proprio specchio, anche quando giunga al massimo di approssimazione al modello, che è il suo fine, rivelerà pur sempre uno scarto da esso che è la misura della libera creatività nel trasferimento, ancora maggiore di quella del direttore d’orchestra nei confronti dello spartito. Per dirla con lo Shelley di Defense of Poetry tradurre è ricreare in un’altra lingua e dunque aggiungere un ulteriore scarto nella relazione tra la parola e la cosa: perché a sua volta l’originale greco, rispetto all’evento tragico è de facto un tradimento, certamente più grave di quello che la parola attua nel caso della poesia o della prosa sapienziale o filosofica, in quanto traduce su carta e in parola scritta ciò che nella realtà veniva recitato o cantato da corpi viventi, in carne e maschera.
Tutto ciò complica il gesto della lettura raddoppiandone i livelli, ma contemporaneamente elicita nel lettore colto ed esperto nella lingua degli dei l’impulso a creare, nella lettura comparata, una sua propria interiore ed intuitiva traduzione, convocandolo ad una gara ora complice ora ostile con il traduttore.
In ogni caso e al di là di queste riflessioni personali, i capolavori dei tragediografi a noi pervenuti, che per effetto del tempo e del volucre vento della fama non sono che una minima parte della produzione tragica greca, brillano nella lingua in cui furono composti, e consentono di recuperare certo con qualche margine di errore, ma comunque con sufficiente approssimazione la phoné originaria con cui furono pronunciati nel rito consacrato a Dioniso alla luce del sole ellenico.