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Battiston, Testa - '18mila giorni. Il pitone' - 2
Giuseppe Battiston e Gianmaria Testa in '18mila giorni. Il pitone'
 

Battiston e Testa in scena con Italy di Pascoli

 
Un poema sull'immigrazione per raccontare un paradosso tutto italiano. Noi di ieri in tutto uguali a chi varca il Mediterraneo sulle carrette del mare
 
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Sarzana (SP), 03 settembre 2011
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mentelocale di
Laura
Santini
   

Dopo 18mila - il Pitone, l'attore Giuseppe Battiston e il musicista Gianmaria Testa presentano un nuovo spettacolo insieme, Italy, da un poemetto di Giovanni Pascoli, sottotitolato Sacro all'Italia raminga, scritto nel 1904 prendendo spunto da un fatto di cronaca. Lo spettacolo, in anteprima (venerdì 2 settembre) a Sarzana al Festival della Mente (piazza d'armi, Fortezza Firmafede, ore 21.15) affronta il tema delle migrazioni cercando di far riflettere a partire dall'Italia di ieri con le sue migrazioni, la situazione di oggi dei tanti che nel Mediterraneo lasciano la vita o la rischiano per poi finire detenuti in vecchi edifici nel nostro paese.

Alla base del progetto, «un'amicizia fra noi e la voglia di utilizzare un testo così forte e allo stesso tempo così leggero per andare a contestualizzare una situazione, quella dei migranti - per altro propria di tutti i popoli - che tra tutto il clamore quotidiano tende poi a essere dimenticata», afferma Gianmaria Testa che non conosceva il testo, ma ne è rimasto immediatamente colpito soprattutto «nella lettura di Giuseppe, che ne ha accresciuto la forza». A scegliere il poemetto Giuseppe Battiston che l'aveva «già utilizzato per uno spettacolo proprio dedicato al poeta (che spero di riprendere), spesso poco frequentato per l'imposizione scolastica a studiarne certi aspetti soltanto. Tra le sue poesie è quella più cinematografica e ricca di flashback e di cambi di fuoco che restituisce un incredibile numero di immagini molto forti. Ci sono parole che sono macigni e altre leggere. Un capolavoro anche dal punto di vista linguistico, che mescola l'inglese all'italiano, ai dialetti americanizzati. E poi c'è un Pascoli diverso da quello che ci ricordiamo tutti: quello delle piccole cose, della tenerezza e degli affetti. Qui c'è rabbia per una condizione di queste persone. Una rabbia che mantiene giovani e in questo rimanda al fanciullino».

Pochi o nessuno gli interventi sul testo, a cui Battiston farà precedere una breve introduzione per recuperare alcune notizie sul contesto dei primi del '900, per leggere alcune brevi lettere e l'introduzione di Pascoli al poema. D'altra parte a Gianmaria Testa spetta di occuparsi della parte musicale proponendo canzoni dal suo Da questa parte del mare (del 2006) accanto ad alcune canzoni della tradizione popolare italiana. «Perché la canzone - prosegue Battiston - può servire a rendere più fruibile un testo, in questo caso sono due linguaggi poetici che si incontrano».

Insomma un salto all'indietro in una vicenda di cui gli italiani non amano e non hanno amato parlare, neanche all'epoca (due soli i lavori pubblicati in quegli anni, oltre a Italy, Sull'Oceano di De Amicis), per guardarsi allo specchio di fronte a chi oggi fa lo stesso gesto estremo: lascia il proprio paese per estrema necessità. «Non vorrei avere ricordo degli ultimi sbarchi - va avanti Battiston - come non vorrei dover ricordare quello che è successo poco tempo fa a Bari. E soprattutto quello che è scandaloso è che non se ne parla più, in un paese che non solo ha vissuto situazioni analoghe all'estero, ma oggi è riuscito ad architettare forme di tortura per chi sbarca sulle nostre coste, imprigionandoli in vecchie caserme, scuole o palestre. E poi si fa riferimento alla nostra migrazione come a un fenomeno diverso. Ma quale diversità: all'epoca qui no si poteva vivere, per via di epidemie e mancanza di terreni c'era la fame. Non è stato un viaggio culturale». Secondo Gianmaria Testa «dire queste cose non è demagogia. Demagogia è dire che facendo la voce grossa e mettendo leggi restrittive si può fermare il grido della necessità».

 

 
 
 
 
 
 
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