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Carlo Zanni, artista di internet

 
Il suo video 'Iterating My Way Into Oblivion' è finito persino sulle pagine di Wired. È nato alla Spezia e ha esposto in tutto il mondo. L'intervista di Gabriele Cazzulini
 
   

     
14 settembre 2010
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di Gabriele Cazzulini
   
carlo zanni

Qualche tempo fa, sull’homepage americana di Wired compariva un articolo su un insolito video intitolato Iterating My Way Into Oblivion. Era il testo dei termini d’accordo tra Youtube e i suoi utenti, letto da un software automatico, mentre le scene riprendono momenti di vita quotidiana di un giovane uomo che semplicemente ascolta senza interruzione questa voce meccanica. È un esempio della mistura tra l’apparente semplicità e la tentacolare complessità dell'arte digitale. C’è di più: nonostante l’intervista a Wired sia in inglese e nonostante lui abbia un sito web interamente in inglese, l’autore del video è un italiano, anzi un ligure: Carlo Zanni, La Spezia, classe 1975.
Zanni è un artista di internet, che trasforma infiniti flussi di dati digitali in un'espressione sociale in cui si specchia il nostro tempo. In quest’intervista Zanni spiega come, leggendo un trafiletto su Famiglia Cristiana in un treno da Milano, sia nato un artista globale che ha esposto, da solo e in gruppo, nelle grandi capitali culturali del mondo: New York, Parigi, Alessandria d’Egitto, Londra, Milano, Roma, Madrid, Amsterdam, Bruxelles e tante altre - e nel futuro ci sarà ancora più web, più arte, più libertà. 


A visitare il tuo sito, dove sono visibili le tue opere, l’impressione immediata è che Carlo Zanni sia un artista globale e poliedrico. È una definizione che combacia con la realtà?
«I miei progetti tendono ad inglobare alcune caratteristiche di altre discipline note e consolidate. Alle volte un aspetto prevale sugli altri dando origine a lavori che apparentemente possono sembrare molto diversi gli uni dagli altri. Parlo ad esempio delle possibilità di incontro e confronto tipiche dell’architettura, del carattere autoconfessionale della lettura, o dell’aspetto narrativo-contemplativo delle arti visive e soprattutto dell’arte cinematografica. La costante rimane l’uso di dati (per esempio: filmati, foto, dati statistici) che rappresentano pezzi di società che di volta in volta innesto in ambienti di finzione. Quello che ne consegue sono lavori in continua trasformazione, molto instabili e spesso non funzionanti che mutano al variare dei dati prelevati online. Questo nelle mie intenzioni spinge l’osservatore a riparametrare continuamente la propria idea di realtà esercitando su se stesso uno sforzo critico che è fondamentale per la convivenza e la collaborazione in una società globalizzante».

Come nasce la tua sensibilità per il mondo digitale?
«Tornavo in treno da un anno di servizio civile passato sulle ambulanze a Milano, non avevo di che leggere e dopo due ore e mezza mi decisi a chiedere alla signora che avevo di fronte se mi prestava una rivista. Mi passò una copia di Famiglia Cristiana. Non avevo molta scelta. In quel numero trovai un trafiletto a proposito di un corso della regione Lombardia finanziato dalla comunità europea per costruire/disegnare siti Internet. Era il 1997, io non avevo ancora deciso di fare l’artista, e Google non esisteva ancora».

Come si svolge il tuo processo creativo, dall’ispirazione alla realizzazione?
«La prerogativa è un lavoro di studio continuo per tentare di decodificare e indagare la nostra quotidianità. Le idee prendono forma lentamente un po’ col tempo e un po’ grazie al caso. Forse la costante è che tendo ad avere un approccio utopistico. Cerco di non tenere immediatamente conto né dei possibili costi né delle difficoltà tecniche per realizzare un progetto. È un approccio quasi da scrittore. La scrittura è una disciplina che ammiro molto. È radicale, monastica e a costo zero. E spesso è faticosa sia per chi scrive che per chi legge. La fatica intellettuale è un valore primario che la società moderna cerca a tutti i costi di alleviare».

Qual è l’opera più rappresentativa della tua attività e perché? 
«Penso sempre che sia l’ultima. Ma non è quasi mai vero. In questo caso Iterating My Way Into Oblivion».

Com’è il rapporto di Carlo Zanni con internet? 
«È come vestirsi per uscire di casa».

Sei nato alla Spezia, ma sei sempre in giro per il mondo. Conservi ancora un rapporto professionale con la tua terra d’origine o sei un altro cervello in fuga?
«Mantengo un rapporto umano».

Cosa pensi del clima culturale in Italia? Ti trovi a tuo agio o preferisci lavorare all’estero?
«Vorrei parafrasare Elio Germano premiato con la Palma d’Oro a Cannes: Dedico i miei lavori a quegli Italiani che fanno di tutto per rendere l’Italia un paese migliore nonostante questa classe dirigente».

Ultima domanda: cosa intravedi nel futuro per quanto riguarda il web e nel mondo dell’arte in generale?
«Vedo un ragazzo che con quattro soldi farà un video o un film bellissimo e lo caricherà su un servizio di broadcasting online. La mattina dopo si sveglia e avrà ricevuto 15.000 visitatori che avranno pagato 99 centesimi a testa per vedersi il suo film. Ricaverà a sufficienza per potersi permettere di girare un’altra fantastica storia che riceverà 50.000 accessi e poi 250.000 e poi ancora 600.000. Questo ragazzo illuminato potrà dedicarsi al miglioramento della società e aiutare altre persone a realizzare i propri sogni. E i grossi distributori se ne potranno andare affanculo».

 
 
 
 
 
 
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