Dalle riviste patinate, dalle pubblicità sui cartelloni, i muri o in video e, certo, in larga parte dalle trasmissioni TV, il modello di donna che ci viene proposto passa o per un corpo sempre ostentatamente procace o per uno puramente estetizzato. Accanto si colloca - in sordina - quello perbenista della donna-madre perfetta, solo sorridente, per bene e ben pensante con figli sempre vestiti di tutto punto e un marito da aspettare sempre a braccia aperte nel focolare. In questo piattume che nega tutte le differenze e propone le bionde - soprattutto - e le more, in rari casi le rosse, ma non le molte sfumature del castano, del grigio o sale e pepe - così alla moda nel mondo maschile - senza contattare la quasi totale assenza delle donne dai capelli cortissimi, pochi dettagli prettamente estetici ci rappresentano, negando quella pluralità di identità che esistono e nonostante tutto si sono affermate, a riprova che si può scegliere ma a che prezzo?
Miriam Mafai non ha dubbi, «a costo di risultare molto impopolare, voglio dire che le donne sono libere di scegliere e che molte di loro hanno scelto di vendersi e spogliarsi per la pubblicità o nei programmi TV. Certo non posso negare che c'è una società che le spinge in quella direzione, ma in questa stessa società c'è la velina, ma c'è anche chi studia fisica e chi fa la nuotatrice professionista. È vero che la responsabilità è sempre orientata dal clima generale di un paese, però che ci sfugge e chi si adegua. Quello che vorrei sottolineare è che non si può correre il pericolo di dare alla società tutte le colpe delle nostre scelte». Resta secondo Mafai la molteplicità delle scelte che oggi una donna può fare: dalla velina all'astronauta, appunto. Il che aumenta la responsabilità di ognuna.
Eppure la donna spogliata e procace, la donna come oggetto sessuale più che essere pensante e dotato di autonoma identità, non si stacca dall'accostamento classico della pubblicità che propone il corpo di donna accanto al corpo meccanico e lucido dell'automobile: entrambi da possedere. «Certo i modelli che la società ci offre - continua Mafai - sono più spesso quelli della donna spogliata. Vorrei però ricordare che di recente è emerso anche il modello dell'uomo spogliato, dell'uomo in mutande, che io deploro altrettanto. Come ripeto si tratta di responsabilità individuale e di fare delle scelte».
D'altra parte il modello della donna-madre è piuttosto fuori moda, in Italia poi è quasi un atteggiamento autolesionista data la povertà - per non dire carenza incolmabile in molti casi - delle strutture che prevedono la donna-madre lavoratrice, professionista e dato il sempre minor impegno verso l'istruzione e, in senso più ampio, considerato l'impegno nullo o quasi in campo educativo e formativo sulle nuove generazioni in quanto cittadini del domani. Quindi se è vero che, tecnicamente, la donna da tempo può scegliere se essere o meno madre, poi però in concreto è spesso condizionata - e non poco - dall'assenza di comprensione e supporto strutturale nella società, dall'assenza generica di accoglienza positiva e legittimazione di questa scelta. «Al di là del corpo, qui entriamo in un altro aspetto del dibattito e che ha a che vedere con la storia del nostro paese, quella politica. A lungo il nostro paese è stato governato da un partito che si rifaceva completamente alle regole della chiesa e non si è mai posto il problema dal punto di vista della donna. Quindi da un lato continuiamo a proclamare la bellezza della maternità, dall'altro a punirla. Ma questo è un problema esclusivamente politico. Tornando alla donna e alla sua libertà, diciamo che da non molto tempo può disporre totalmente del proprio corpo. Fino a una generazione fa il costo era molto molto alto e si pagava con l'aborto clandestino. Con la pillola e la Legge 194, ogni donna oggi ha il potere di controllare la funzione materna, che è sempre stata la sua forza e la sua debolezza. E questo cambia il rapporto della donna con la società, con l'uomo con la vita e persino con i figli. In questo modo raggiunge responsabilità e libertà. Ognuno poi della libertà fa ciò che crede. Nel mio personale giudizio credo che non bisognerebbe rimandare troppo la maternità, perché c'è anche una natura alla quale acconsentire più che obbedire. Però mi rendo conto che per chi i trova nel mondo del lavoro o ancora sta cercando di entrarci gli ostacoli sono molti e la possibilità di perdere il lavoro o di non trovarlo per niente sono molto alte. Mettere al mondo è un atto di fiducia nell'avvenire, ma prelude anche ad anni di sacrifici».
Mafai si interrompe e con orgoglio e felicità mi dice che mi vuole mostrare qualcosa, prende il cellulare lo apre: la foto di due bimbe. Dico: «Che belle, le nipoti?» «Macché, due delle pronipoti e poi ce n'è un terzo».
Forse in una moderna utopia - che può essere solo trama romanzesca - le donne dovrebbero compattarsi e proporre la maternità come gesto rivoluzionario per provocare in modo pacifico e vitale le società stesse e i governi, riportando il senso della misura e quindi un ritorno ai beni primari e ai valori di base, negando consumismo sfrenato e sfruttamento cieco delle risorse, stimolando sempre più la ricerca scientifica verso soluzioni alternative di energia e di smaltimento dei rifiuti, riportare in alto nelle priorità la necessità di condividere e trasmettere il sapere in una competizione positiva e quindi inclusiva piuttosto che esclusiva, eccetera eccetera. Prossimamente in un romanzo.