Con me, Bacon è affabile, pieno di attenzioni, disponibile, come raramente gli capita di essere. Nel corso delle nostre conversazioni mi trascina spesso nella cucina-bagno per andare a cercare, a seconda del momento, una bottiglia di vino o delle tazzine da caffè; in questo ambiente ci sono un lavabo più volte ridipinto, un asciugabiancheria al di sopra della vasca-bagnarola, gli utensili da cucina vicini a quelli del bagno...
Proprio come in queste righe tratte dalle prime pagine del suo Conversazioni con Francis Bacon (Laterza - I libri del Festival della Mente), volumetto freschissimo di stampa, Franck Maubert, scrittore e critico d'arte, per parlarmi della creatività caotica e istintuale di Francis Bacon (1909-1992) in primis mi racconta dello spazio modesto, persino banale in cui viveva il pittore inglese di origine irlandese e del suo caotico atelièr, dove si sono incontrati a partire dagli anni Ottanta. «Nell'edizione francese di questo mio libro, il primo capitolo si intitola proprio demeure du caos (residenza del caos, ndr), quello fisico e materiale che si incontrava nel suo laboratorio e che contrastava in modo molto forte con gli spazi abitativi adiacenti. Spazi piuttosto ridotti, che contenevano solo l'essenziale, dove angolo cucina e sala da bagno erano uno di fronte all'altro, a testimonianza di una persona che viveva con pochissimo, in modo spartano come un custode. L'atelièr non era molto grande e aveva una sola finestra, da cui in diagonale uscivano le sue tele non appena erano pronte, il che restringeva tecnicamente la dimensione stessa dei supporti da lui scelti. Su una tela poteva restare una settimana oppure un mese non c'era un tempo fisso, ma tutt'attorno incontravi l'accumulo, di libri giornali, colori in un'immagine simile a quella del guano in cui si aggirano i pinguini sull'isola di Pasqua».
Maubert ha cominciato a frequentare Bacon nell'82. Il primo incontro coincideva con l'agognato appuntamento per un'intervista come giornalista d'arte per la rivista Express. Nei successivi tre anni gli incontri si intensificarono e tra Maubert e Bacon nacque un'amicizia: «Parlavamo di tutto, praticamente, ma non voleva parlare di pittura. I quadri dicevano tutto quello che lui desiderava esprimere, riteneva vano parlare di pittura. Era breve, laconico e lacunoso, rapido e definitivo. Si definiva un nichilista ma ottimista e sosteneva che malgrado tutto preferiva vivere. Era nato tra noi un rapporto amicale, una forte complicità intellettuale».
Bacon ha più volte affermato di non preparare in nessun modo i suoi lavori con bozzetti o disegni. Eppure 10 anni fa sul quotidiano inglese The Independent pubblicò un articolo sulla diatriba legale che coinvolgeva il vicino di casa di Francis Bacon, Barry Joule che dichiarava di possedere circa 500 disegni. Maubert che cosa ne pensa e che cosa dichiarò a questo proposito Bacon nelle vostre conversazioni?
«Lui mi ha più volte confermato che non faceva disegni o sketch preparatori. E questo è anche quello che risulta dalla sua viva voce nelle mie registrazioni. Di questo vicino di casa/amico non so. Si è anche detto che era a sua volta pittore e che magari li avesse fatti lui... Comunque quello che so è legato a quello che Bacon mi disse e non vedo che interesse potesse avere a mentire».
Nel 2004 l'intero archivio di Barry Joule (1200 pezzi di materiale molto vario tra documenti e fotografie) è stato acquisito dalla Tate di Londra e diventato soggetto di studio.
«Bacon non aveva idee preconfezionate, un giorno lavorando a un omaggio al poeta Garcia Lorca, intorno a un componimento con al centro un toro, fece un gesto ad arco sulla tela come a delimitare l'arena. Lui stesso era sorpreso di quello che riusciva a fare, perché era perfettamente consapevole di aver condotto una vita alla deriva e di essersene lasciato condurre».
Ma cosa significava il gesto pittorico per Bacon? Lei nel suo libro a un certo punto scrive: "Se non fosse stato pittore, Franci Bacon sarebbe stato filosofo", in che senso?
«Non c'era che la pittura per lui ed era anche consapevole che piacere al pubblico era stata una vera e propria manna. Dipingere per lui era proprio una necessità al pari del respirare, non poteva farne a meno. Aveva lavorato come decoratore, ma rinnegava quell'esperienza che per lui non aveva nulla di creativo perché lavorava su qualcosa di già esistente».
In uno degli scambi raccolti nel libro Maubert afferma: «A modo suo lei fa auotanalisi...» e Bacon: «Forse in fin dei conti faccio un'analisi permanente su me stesso...».
Per Maubert, critico d'arte, Bacon che pittore era? Dal momento che non tutti l'hanno amato, è rimasta nella memoria di molti la definizione che Margaret Thatcher diede di Bacon "that man who paints those dreadful pictures" (quell'uomo che dipinge quegli orribili quadri, ndr) e che fu pubblicata sul New York Times.
«Non ho presente questa frase, è curioso però che Bacon mi parlò in toni molto critici del primo ministro in particolare in relazione al taglio delle risorse per la ricerca scientifica.
Comunque, senza entrare nella dinamica delle classifiche, per me esistono tre grandi artisti che hanno saputo confrontarsi davvero con il mondo contemporaneo. Coloro che hanno posto l'uomo di oggi di fronte all'uomo, per rifletterci, identificarcisi e proporre una visione che era anche un'autoriflessione e in senso più ampio un modo di rappresentare la solitudine e le ambizioni dell'umano di fronte a se stesso. Questi artisti, non necessariamente in quest'ordine, sono Alberto Giacometti, Francis Bacon e Pablo Picasso»