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Fura dels Baus a Carrara
 
             
 

La Fura dels Baus, uno spettacolo tra i marmi

 
A Carrara, l'esclusiva nazionale dello spettacolo 'Extollunt marmora lunam'. È la notte il palcoscenico della compagnia catalana. La recensione di Laura Santini
 
   

     
Carrara, 3 agosto 2009
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mentelocale di
Laura
Santini
   
 
2 agosto 2009 @ Carrara, Cave di Fantiscritti
La Fura dels Baus Extollunt marmora lunam, dalle cave alle stelle
esclusiva italiana. Direzione artistica Pera Tantiña, organizzazione Just in time, direzione Mauro Diazzi.

LA FURA DELS BAUS
Compagnia teatrale catalana fondata a Barcellona nel 1979, da Marcellí Antúnez Roca, Carles Padrissa e Pere Tantinya si definisce come un gruppo di teatro urbano che ricerca uno spazio scenico distinto da quello tradizionale. La base dei loro lavori è composta da una gamma di espedienti scenici che includono musica, movimento, utilizzo di materiali naturali e industriali, applicazione di nuove tecnologie, e il coinvolgimento diretto degli spettatori nello spettacolo. Il tutto dominato da una creazione collettiva, in cui l'attore e l'autore sono un'unica entità.

Come scena lo sfondo nero pece del cielo e l'anfiteatro drammatico e sfaccettato delle Cave di marmo di Fantiscritti (Carrara, MS). Un attimo prima dell'agognato inizio dell'esclusiva italiana della compagnia catalana la Fura dels Baus, per Lunatica 2009, Extollunt marmora lunam, dalle cave alle stelle - ritardata per l'incredibile affluenza di pubblico, nonostante l'ottima organizzazione con navette dal centro di Carrara - la luna ha fatto il suo ingresso inaspettato come prima star di uno spettacolo tutto in verticale.

Con il naso all'insù i fureri - coadiuvati da un numerosi giovani locali arruolati per l'occasione - hanno condotto il pubblico lungo una serie di suggestivi quadri aerei, com'è nel loro stile. Partiti dall'idea dei minatori che con un lumino attraversano l'oscurità appesi a un filo, hanno dato inizio allo spettacolo lungo una parete della montagna, per spostarsi subito dopo proprio sopra le teste degli spettatori raccolti in uno spiazzo centrale (rispetto all'anfiteatro creato dalla cava). Qui, issato su una grande gru un doppio cono, è partita una coreografia umana - tutti i performer indossavano una tuta bianca con cappuccio - a tempo di musica (dell'orchestra sinfonica di Carrara) che veniva anche proiettata sulla parete opposta della cava.

Più spettacolare il momento successivo che ha visto due gru su ruote muoversi tra il pubblico con carichi speciali: una sorta di tecnico in camice, come fosse un dottore e un sacco colante liquido in cui si intravedeva una forma umana. L'incontro tra le due gru e i due umani ha dato vita a un'intensa scena evocativa della nascita con tanto di rottura del sacco (placentare) e l'uscita di liquido (amniotico) e quindi della testa e poi degli arti di una donna, recuperata definitivamente dal tecnico/dottore.

Luce e buio accompagnavano lo sguardo degli spettatori, così come portavano in primo piano il nuovo frammento stupefacente in un'articolata architettura di macchinari e figure umane replicate numericamente ad effetto oppure lasciate ad agire in assoli o duetti.
Ancora una volta sulle teste degli spettatori è approdata una struttura-globo carica di persone, un mondo volante o come si potrebbe vedere da un altro pianeta o con un occhio da gigante, sulla cui superficie camminavano indaffarati uomini d'affari e al cui centro si agitavano altri umani.
Sulle pareti alcune proiezioni definivano il globo con il nostro mondo, che avvicinandoci sempre di più finiva per far cadere da una valigetta un mucchio di pezzi da 500 Eu e poi far scendere alcuni performer. Tra le grida di chi rimaneva lassù intrappolato nel globo.

Dopo questa corale apparizione, al centro dello spiazzo l'assolo di un'acrobata su nastro dalle doti indiscutibili, ma che forse giocava in modo più scontato sull'emozione e il brivido dell'essere sospesi con le proprie mani ad un filo, più che proseguire nel filone pseudo narrativo degli altri frammenti.
Un'altra donna, di circa 5 metri d'altezza, è entrata in scena successivamente e con grande sensualità nonostante le sue dimensioni, ha fatto una promenade sinuosa e morbida - nonostante la struttura in rame - e svelando il suo motore in nuovi performer umani che ne gestivano gli arti come dei burattinai.

Due rapidi momenti ci portano prima sulla montagna dove da una parete scendono palle colorate, come molecole colorate, parte della vita stessa, pianeti o meteoriti. Un angelo o icaro ci propone il suo volo e poi via verso il fondo dello spiazzo dove, in due vasche colme, due duetti danno vita a due nuove nascite in questo continuo processo vitale e di movimento che sembra il centro tematico dell'intera performance.
Chiude una coreografia area di corpi organizzati su una parete quasi bidimensionale - 6 in orizzontale e 4 in verticale per un totale di 42 performer - che danzano, si muovono con rigore lungo una partitura precisa per poi proporsi in una versione che rompe la parete bidimensionale e la punge, la fora per darle nuova tridimensionalità. Finale con grida e movimenti più liberi in un momento semi-catartatico data la limitatezza di un corpo appeso.

Suggestivo e magico, come una lanterna ottocentesca, tutto giocato sui colpi di scena all'interno di una cornice naturale straordinaria, forse mancante di un disegno narrativo e tematico più delineato.

 
 
 
 
 
 
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