Una vita dedicata all'arte in tutte le sue sfaccettature. La pittura, il teatro, la poesia. Michele De Luca, spezzino di 54 anni da tempo trapiantato a Roma, ne ha vissute di esperienze, e la sua storia è una miniera di aneddoti.
«Sono un perenne disadattato, un fuggitivo, un emigrante»: così si definisce Michele, alla vigilia della pubblicazione del suo primo libro di poesie. Ma andiamo con ordine, questa è la sua storia.
Michele De Luca nasce nel 1954 alla Spezia, anzi a Pitelli, piccolo borgo dell'entroterra a metà strada tra La Spezia e Lerici: «sono un uomo di paese, la mia cultura viene da lì» mi spiega. E nonostante viva ormai da anni nella Capitale, trova spesso il tempo e la voglia di ritornare alle sue origini: «mi sento ostinatamente ancorato alle radici, mi piace coltivare questo microcosmo. Ci passo almeno tre giorni all'anno e, in futuro, non escludo l'idea di ritornarci e creare un mio studio».
L'attività artistica di Michele è davvero precoce: «avevo 9 anni» ricorda, «quando iniziai a dipingere da autodidatta nel retro della macelleria di mio padre. Producevo decine di quadri, per lo più ritratti e paesaggi, e organizzavo già qualche piccola mostra». Viene quindi notato da un giornalista spezzino che scrive un articolo su di lui, poi è la volta della RAI che manda una troupe a casa sua per farne un servizio. «Poi però non lo mandarono in onda» spiega: «in compenso fu venduto alla BBC e, da quanto ho scoperto in seguito, fu trasmesso trasmesso in 60 nazioni del mondo».
Crescendo, Michele mette da parte l'arte per qualche tempo. Frequenta il Liceo Artistico di Carrara, ma la sua vera passione, in quegli anni, è la musica: «cantavo e suonavo la chitarra in alcuni gruppi rock. Ero bravo, un piccolo virtuoso della chitarra».
Poi, l'incontro con alcuni studenti universitari che facevano teatro lo porta a percorrere altre strade: «organizzammo insieme uno spettacolo ispirato al Gioco dell'epidemia di Ionesco, loro recitavano e noi suonavamo. Una volta venne anche a vederci il poeta Paolo Bertolani».
Era il loro primo incontro, e Michele ancora non sapeva che sarebbero di lì a poco diventati grandi amici.
Il teatro condiziona la vita di Michele, che si iscrive così alla scuola di scenografia dell'Accademia di Belle Arti di Firenze. Una realtà mastodontica per chi viene da un piccolo borgo dell'entroterra spezzino: «è stato allora che ho iniziato a misurarmi seriamente con la cultura, iniziando anche a scrivere qualcosa di mio».
Sono i primi anni Settanta, e per mantenersi Michele fa un po' di tutto: suona nei locali i fine settimana, si arrangia con mestieri come il muratore o il manovale. E ritorna all'arte: «ho cercato di allontanarla per un po', ma è stata lei a ritornare prepotentemente. Ho ripreso a dipingere e mi sono accorto che facevo cose che non erano poi così stupide. Non avevo veri e propri punti di riferimento, ma mi affascinavano personalità come Sironi, Carrà, Kokoschka: arrivai così a trovare la mia strada in una sorta di pittura espressionista nostrana, con colori forti e una trama di pennellate ossessive».
La scuola di scenografia, però, lo porta anche a toccare altri filoni artistici: il 1979 è l'anno dell'incontro con il regista lericino Luigi Faccini. «All'inizio dovevo pensare alla scenografia per il film Nella città perduta di Sarzana» mi racconta, «poi ho finito per fare anche l'assistente alla regia». Un mestiere, quello di scenografo, che non finisce qui. E Faccini diventa, più che altro, un amico: «insieme a lui ho poi collaborato ad altri progetti, come un documentario su Majakovskij su testo di Asor Rosa, oppure un lavoro ispirato a Dino Campana (Inganni): in quest'ultimo ho anche recitato una piccola parte. Facevo il matto, mi dicevano che sembravo più matto io dei matti veri».
In questi anni De Luca crea anche le scenografie per spettacoli di Luzzati e Trionfo, Lerici e Salines, e si profila anche l'opportunità di un lavoro (poi sfumato) su Telemaco Signorini con il regista Gianni Amico.
Nel frattempo, dal 1982 inizia a frequentare assiduamente l'ambiente romano. È a Roma che la sua creatività artistica trova finalmente uno sbocco professionale: «ho iniziato a girare le gallerie e a presentare i miei lavori. Dopo la Transavanguardia, c'era un grosso fermento. Io lavoravo in maniera frenetica, chiamavo i critici, mi davo da fare insomma».
La ricerca espressionista di De Luca si muove verso il campo della pittura gestuale che culmina nella realizzazione in pubblico della tela di 6 metri La grande massa inquieta (1984).
Si rafforza intanto l'amicizia con Paolo Bertolani. «Nel 1977, dopo una rappresentazione dell'Antigone, ci siamo ritrovati a cena insieme e abbiamo iniziato a discutere di Sartre» racconta Michele: «poi ci siamo frequentati per tutti gli anni Ottanta, la sua dolcezza umana mi ha dato molto». Nel 1982 Bertolani scrive anche la presentazione ad una mostra di De Luca, nel cui depliant compare per la prima volta la poesia Portivène, scogio seco (Portovenere, scoglio secco): «mi disse che non sapeva fare il critico, che quella poesia era l'unico modo per descrivere la mia arte. Diceva che gli era venuta in mente vedendo alcuni miei quadri. Secondo me ce l'aveva già!» ride Michele.
Intanto la situazione si smuove, e qualcuno inizia a credere in lui: «le persone a cui probabilmente devo di più sono Ennio Borzi, che nel 1987 organizzò la mia prima mostra personale alla Galleria Break Club di Roma, ed Enzo Cirone, che rimase folgorato dall’installazione Non fiori ma opere di., a Sarzana nel 1985» afferma De Luca.
Da allora seguono decine di mostre sia personali che collettive in Italia e all'estero. L'arte di De Luca diventa matura, e lui inizia a utilizzare per le sue opere i materiali più disparati come cartone, legno e alluminio. Si ritrova poi a fare l'insegnante nelle Accademie di Belle Arti di Brera a Milano, Firenze e Roma.
Ora non gli rimane che l'affermazione come poeta. «È dagli anni di Firenze che scrivo versi, ma le mie poesie sono comparse solo su diverse riviste, mai in un libro». Ora, invece, la svolta: De Luca sta per pubblicare la sua prima raccolta poetica, si intitola Altre realtà (ed. Quasar, in uscita a novembre) e comprende 90 poesie composte tra il 1982 e il 2007 (alcune di esse si trovano anche nel sito Le Reti di Dedalus).
«Mi piacciono il surrealismo, i giochi di parole, la scrittura per la scrittura» mi spiega: «ce ne sono alcune nonsense, altre più impegnate». E stranamente mi confessa che nei suoi versi non c'è alcuna influenza diretta di Paolo Bertolani.
Le loro affinità erano dentro, nell'animo.