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Sarzana vestita a Festival

 
Impressioni sulla quinta edizione della rassegna dedicata alla Mente. Tra la cucina di Carlo Cracco e i pensieri di Servillo sull'attore
 
   

     
Sarzana, 1 settembre 2008
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di
Marianna
Norese
   
Servillo

Chissà che faccia ha Sarzana senza il Festival della Mente. Me lo chiedo perché ho avuto l’impressione, durante i miei due giorni da visitatrice, che la cittadina lunigiana sia fatta apposta per il festival: il piccolo centro storico si gira a piedi e in pochi minuti si raggiungono le diverse location che accolgono gli incontri. La sensazione è quella di essere all’interno di un campus universitario: un ambiente protetto, un microcosmo costruito apposta per scambiarsi saperi. 
Il filo rosso che percorre le varie discipline ospiti del festival è stato la creatività, interpretata e raccontata dai relatori secondo punti di vista disparati: scienziati, attori, filosofi, musicisti, professori, medici, antropologi hanno tenuto piazza stimolando le menti delle migliaia di visitatori che hanno trasformato Sarzana in un laboratorio di circolazione di idee.
Credo che il punto di forza del festival, quello per cui tanta gente decide ogni anno di esserci e di partecipare, sia nella grande capacità divulgativa dei relatori: non importa la complessità del tema in questione, il primo obiettivo della maggior parte di loro è quello di farsi capire dal proprio pubblico, di interrogare e di essere interrogati.

Cracco: «quel piatto sono io»
A proposito della trasversalità degli argomenti proposti dal Festival, uno degli incontri a parer mio più interessanti è stato quello con Carlo Cracco, famoso chef italiano, proprietario del Cracco-Peck di Milano. Premesso che, come lui stesso ammette, «è difficile parlare di cucina senza un piatto davanti», dal suo raccontarsi scopriamo che dietro l’elaborazione di un piatto c’è sempre il ricordo, assolutamente personale, di un profumo, di una consistenza, di un colore. Che i cinque sensi vengono usati tutti e che anche l’udito conta quando sentiamo la musica dell’anguria sotto i denti che ci ricorda il rumore dell’acqua. Che il lavoro dello chef è fatto di infinite sperimentazioni che possono durare anni, come quella della marinatura dell’uovo. Che un piatto può anche nascere da una sfida, come quella contro l’insalata russa imprigionata, nell’interpretazione di Cracco, in un disco caramellato che viene servito come prima cosa quando si va a mangiare al suo ristorante e che, dato il perfetto equilibrio tra le sue componenti, non è consentito mangiarne più di uno: «se un cliente me ne chiede un altro gli dico che non ce n’è più». Vero obiettivo di un grande chef? Creare, come ogni artista, qualcosa di unico. 

Il lavoro di Servillo su se stesso
In occasione della presentazione del libro Interpretazione e creatività, dialogo-intervista con l’amico giornalista Gianfranco Capitta, Toni Servillo ci racconta alcune sue personali riflessioni sul mestiere dell’attore. L’interesse e l’entusiasmo del pubblico, seduto a pochi centimetri davanti a lui, è palpabile. Superato l’imbarazzo, nascosto sotto un paio di occhiali scuri, Servillo ci racconta dell’importanza per il teatro di mantenere la scandalosità del corpo, di continuare a scontrarsi contro la limitatezza fisica, connaturata al corpo come al teatro. Che non crede alle vocazioni ma ai bilanci «quando analizzi a cosa hai rinunciato e cosa invece hai messo nel tuo lavoro». Che è contro l’attore narcisista «il personaggio deve essere qualcosa a cui tendere, che è sempre un gradino più in alto di te». Che il teatro deve essere un’assemblea in cui condividere un pensiero emotivamente e intellettualmente. Dell’importanza di capire le ragioni dell’incontro tra chi sale sul palcoscenico e chi si siede in sala. Del rischio per l’attore di prendere ispirazione da un modello, uno stereotipo, piuttosto che dalla vita. Che le esperienze recitative proposte dai programmi televisivi sono «corruttrici della cultura e della gioventù». Che se «non mi innamoro di qualcosa non vedo perché dovrei raccontarla». Che nella dinamica scenica l’attore è l’uomo, il testo è la moglie e il pubblico è l’amante con cui flirta. Che una delle sue fonti di ispirazione stilistica è il commento trovato in un epistolario del Settecento che recita: «avrei voluto avere più tempo per scrivere una lettere più breve».

Capitan Spock vs Charlie Brown
Come funziona il nostro cervello? In due incontri interattivi, in cui diventiamo cavie nelle loro mani, Matteo Motterlini, filosofo della scienza e Bruno Bara, medico ricercatore del Centro di Scienza Cognitiva di Torino, ci spiegano i meccanismi che operano nella nostra mente.
Negli studi di Motterlini sulle neuroscienze cognitive applicate alla decisionalità umana scopriamo che tra il freddo e razionale Capitan Spock, massimizzatore di utilità economica, e la testa calda e stupida di Charlie Brown siamo molto più simili al cartone animato. E così attraverso giochi, esperimenti e grafici ci ritroviamo a ragionare di economia emotiva, ossia di come coloriamo i soldi con le nostre emozioni, del perché di fronte ad un'ampia possibilità di scelta rimaniamo paralizzati, del perché è molto più intenso il dispiacere di perdere che la soddisfazione di vincere. Di come tutto questo venga a galla grazie all’osservazione dell’attivazione, sotto risonanza magnetica, di specifiche aree del nostro cervello.
Bara, invece, ci spiega come il nostro cervello si sia sviluppato nel corso della storia evolutiva dell’uomo con l’unico scopo di permetterci di stare in relazione con gli altri. Se già Aristotele diceva che l’uomo è un animale sociale, oggi le scienze cognitive hanno confermato l’attitudine dell’uomo alla socialità e all’interazione. «Se ho bisogno di 10 neuroni per cacciare il bufalo ne ho bisogno di 100 per avere a che fare con gli altri cacciatori che vengo con me». Grazie a degli studi su bambini di meno di un anno di vita si è scoperto che l’uomo, a differenza degli altri animali, possiede un innato atteggiamento di cooperazione, rispetto a quello competitivo che prevale nella vita sociale degli altri primati, che non può evolvere più di tanto proprio perché manca la cooperazione disinteressata.
La conclusione a cui arrivano sia Motterlini sia Bara? Che la felicità è sociale, che anche se pensiamo di avere uno spirito da lupo solitario in realtà la felicità trova senso nell’uomo solo se è condivisa. Niente di nuovo, viene da pensare, ci si arriva anche senza che ce lo dicano i neuroscienziati solo che averne la dimostrazione scientifica fa tutto un altro effetto.  

 
 
 
 
 
 
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