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Moni Ovadia: sognando Kusturica

 
Domenica 31 agosto l'attore al Festival della Mente. La formula del teatro musicale per portare la cultura ebraica in Italia. L'intervista
 
   

     
Sarzana, 28 agosto 2008
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di
Marianna
Norese
   
Moni Ovadia
© foto: operastore.it

Domenica 31 agosto 2008 (piazza d’armi, Fortezza Firmafede, ore 21) Moni Ovadia, musicista e attore di origini ebraiche, è ospite del Festival della Mente di Sarzana con il racconto musical-teatrale Uno spasimo utopico. «È l’utopia di portare in Italia l’eredità di una forma di teatro radicata in una cultura che è stata sterminata e che non appartiene al nostro paese, se non in modo ipermarginale. La mia fiducia utopica sta nel farla diventare repertorio culturale ed emozionale degli italiani, perché portatrice di valori universali. Oggi qualche milione di persone la sentono più familiare, vengono a vedere i miei spettacoli. Non dico che diventerà culturale popolare, di massa, ma adesso sicuramente molta gente la sente più vicina. Nello spettacolo racconto di come sono arrivato a concepire questa utopia, del mio percorso pieno di momenti di smarrimento e di paradossi». Insieme a lui sulla scena ci sarà un attore polacco, che ha lavorato per molti anni nella compagnia di Tadeusz Kantor e cinque o sei musicisti che rappresentano l'utopia stilistica di Ovadia, «quella di fare di un musicista un attore, un corpo drammaturgico». Lo spettacolo sarà presentato in anteprima al Festival della Mente, «diciamo, per farla fuori dal vaso – scherza Ovadia – che è una prima mondiale».

L’umorismo, connaturato alla cultura ebraica, fa da sempre parte del suo lavoro: «parlerò anche di questo, con qualche piccolo esempio di repertorio». Gli chiedo se inventa anche qualcosa di originale: «qualcosa sì, ma in realtà si tratta di un repertorio che cresce e si sviluppa raccontando, ri-raccontando, rilanciando. Anche un pezzo di un libro può diventare una battuta. Certo poi io reinvento e reinterpreto alla mia maniera». L’umorismo è forse quell’aspetto della cultura ebraica che era, già prima del suo spasimo utopico, più conosciuto e familiare al pubblico italiano: «anche nomi come Claudio Magris e Umberto Eco sono stimatori del repertorio umoristico ebraico. E poi anche attraverso certo cinema statunitense. I grandi comici laggiù sono quasi tutti ebrei, a cominciare dai Fratelli Marx fino a Mel Brooks e Woody Allen».
Nel 2005 Ovadia ha pubblicato il libro Contro l’idolatria. Quali sono oggi gli idoli da combattere? «Il denaro è l’idolatria dominante del nostro tempo. L’altra è il fanatismo e l’integralismo di varie scuole e religioni che hanno trasformato il dio monoteistico in un idolo idolatrico, incombente e ingombrante. Tra queste due divinità c’è un piccolo abisso, ma vertiginoso».

A proposito della creatività, tema caro al Festival della Mente, lo metto in difficoltà chiedendogli di raccontarmi il processo creativo da cui nascono i suoi spettacoli: «difficile spiegarlo. L’aspetto creativo è ineffabile. A volte è il 5%, a volte l’1%. C’è un proverbio del sud che dice: nessuno è nato imparato. La creatività nasce da un processo di elaborazione di incontri. Per me il primo è stato con Roberto Leydi. I grandi maestri sono stati il Living Theatre, Carmelo Bene, Pina Bausch, Peter Brook, Grotowski. Hanno lavorato nel mio cervello per anni. Ma il vero grande maestro è Kantor, il genio assoluto. È sempre presente nella mia testa ogni volta che metto in scena uno spettacolo. È un’ossessione e una guida, un luogo e un tempo di riferimento».
Mentre mi parla si lascia andare ad una, più o meno ironica, confessione: «fare questo lavoro richiede di essere malati, di avere una morbosità maniacale nel fare quello che non si può fare. Apparentemente non sono capace di fare niente. Quello che viene da pensare è: sono un idiota incapace e la gente c’è cascata». Mi porta ad esempio Woody Allen alla presentazione del film Match Point: «guardava in basso, era prosciugato dalla depressione. Ha detto: sono un uomo molto fortunato. Non è falsa modestia. È la consapevolezza dei propri limiti e della fortuna avuta nello sviluppare un piccolo talento».

Il teatro musicale di Moni Ovadia nasce dalla musica e da un’idea? Mi risponde che parte dal suono della voce, prima ancora della musica: «un bell'esempio sono i grandi interpreti del canto liturgico o i Gospel Jackson. Il primo motore è il suono delle parole. Quello che tento di fare è di dare teatralità alla musica e di rendere musicale il gesto teatrale. Una folgorazione in questo senso è stato ascoltare il Willem Breuker Kollektief, un gruppo di jazzisti olandesi di livello musicale mostruoso con un teatralità delirante».
La chiacchierata si conclude con un commento di Ovadia sulla sua esperienza cinematografica: «non è stata molto gratificante. Il cinema è stato il mio primo grande amore. A otto anni ho visto tre volte al cinema Il favoloso Andersen e mia madre era disperata perché non sapeva più che fine avessi fatto. Ma io non ho una faccia per il cinema italiano. Nessuno ha bisogno veramente di me. Ho avuto proposte per otto film negli ultimi anni a cui ho detto no perché nessuno è riuscito a convincermi del perché io e non un altro».
E se glielo chiedesse un cineasta non italiano, magari slavo? «Se Kusturica mi offrisse un ruolo sarei pazzo dalla gioia. Il problema è trovare un ruolo giusto. Una bella proposta mi era arrivata da un regista palestinese per la parte di un violinista ebreo russo che torna in Israele e si vende il violino per aprire un kebab. Purtroppo poi del film non se n’è fatto niente».

 

 
 
 
 
 
 
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