Chi non ha mai fatto un cruciverba, un rebus, un anagramma o una pista cifrata? Proprio di enigmistica, giochi di parole e lingua creativa, si parlerà venerdì 29 agosto 2008 durante la conversazione che Stefano Bartezzaghi terrà nell’ambito degli incontri previsti dal Festival della Mente di Sarzana (sala multimediale canale lunense, ore 19.00).
Figlio di Piero, curatore a partire dagli anni ‘50 del raffinato cruciverba a schema libero pubblicato a pagina 41 della Settimana Enigmistica, Stefano collabora con il quotidiano La Repubblica, per cui cura le rubriche Lessico e Nuvole, Lapsus e I soliti sospetti.
Nell’incontro di venerdì si parlerà di creatività delle parole. Quali sono gli aspetti e le possibilità che più l’affascinano di quest’ambito?
«La creatività applicata al linguaggio è un equivoco, con le parole si può fare molto senza per questo far nascere qualcosa dal nulla. Le parole non si creano, cambia solo il modo di usarle e quando si separano le cose dal loro significato, si entra in un mondo inedito che però già esiste, una dimensione a cui si accede tramite operazioni che a volte possono risultare anche buffe».
Il linguaggio è un sistema convenzionale di simboli. I giochi di parole e l’equivoco possono essere considerati un punto di vista alternativo a questo codice?
«A dire il vero la parola ha molti aspetti non convenzionali. L’operazione è separare il linguaggio dalla sua funzione apparente e scoprire tutte le altre, valenze che spesso restano nascoste soprattutto a causa della vita che si conduce. La vita della folla solitaria spesso impoverisce il linguaggio e ne fa vedere solo l’aspetto funzionale. In questo senso, sì, l’equivoco è un punto di vista alternativo».
Mi vengono in mente i calligrammi di Apollinaire e alcune opportunità esplorate dai futuristi: le parole hanno potenzialità incredibili. Che rapporto tra i giochi di parole e la cultura?
«Le parole sono l’elemento fondamentale della cultura e nel corso del ‘900 si è sfruttato al massimo il loro potenziale. Oltre ad Apollinaire e i futuristi, penso anche al cubismo. Le parole sono anche una grande quantità di forme grafiche e la cultura del secolo scorso ha abbracciato quel mondo di giochi linguistici che erano ai margini».
Il suo ultimo libro, l’Orizzonte Verticale, è stato progettato più di dieci anni fa ed è una storia a due dimensioni del cruciverba. Come è nata l’idea?
«Casualmente durante una conversazione con Lorenzo Fazio alla casa editrice Einaudi. Io a dire il vero pensavo ad un singolo capitolo di un libro, dopo le ricerche, però, è nato un progetto più grande. La storia del cruciverba si incrocia con i tempi della modernità: nasce a New York negli anni '10, durante la costruzione della metropolitana e dei grattacieli, compare per le prime volte nelle pagine dei quotidiani ed è il mezzo tramite cui il ceto medio misura la propria alfabetizzazione. E poi, dietro al cruciverba c’è un mistero: nato come una moda, tanto da soppiantare in America il diffuso mahjong, non è stato mai superato da null'altro. Si è diffuso in tutto il mondo combinandosi con le singole tradizioni nazionali: società e cultura ne hanno plasmato la forma».
Dato che molti fruitori se lo chiedono: come nasce un cruciverba?
«Dipende dalle varianti. Comunque tutto parte dall’incrocio, che è un’operazione che non può essere predeterminata. Magari si parte da qualche definizione, ma il grosso di queste si butta giù dopo che lo schema è completo. E tutto alla vecchia maniera: solo carta e penna, senza l'aiuto di alcun computer. Altrimenti l’enigmista perderebbe la parte più bella e maledetta della preparazione».