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Carlo e la sua nuova tavola di surf
Carlo e la sua nuova tavola di surf
 

Australia's trip: si torna in Italia

 
L'avventura di Carlo è finita, rientra a casa. Non prima di aver provato la sua nuova tavola da surf. Fino a quell'onda enorme...
 
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Carlo è spezzino, ha trent'anni, fa il geometra. Ha deciso di mollare tutto per un anno ed è partito verso l'Australia. Tutti i sabati mentelocale.it pubblica il suo diario di viaggio.

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26 luglio 2008
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di Carlo Toracca
   
La decisione è presa. Torno in Italia! Lì ancora non lo sa nessuno. E non lo sapranno finché non mi vedranno con i loro occhi. Non voglio interferenze sulla mia decisione (anche se il motivo ufficioso di tutta questa segretezza, sta nel fatto che ho sempre amato le scene un po’ plateali). Comunque (versione ufficiale), come a gennaio, da solo, ho deciso di partire, di nuovo da solo, adesso, ho scelto di tornare. Alla base di questa mia decisione, non c'è un vero e proprio motivo. O almeno, non solo uno. Più che altro, una serie di sensazioni. Niente di concreto, dato che in Italia mi aspettano meno certezze di quando sono partito. Ma è come se qui, almeno per ora, avessi fatto il mio tempo. Certo, ritrovare affetti, facce amiche, emozioni lasciate in sospeso con la voglia di riprenderle da dove le ho lasciate, pesa sul mio ritorno. E allora punto la bussola verso ovest, verso casa. Senza troppo rammarico, ma con una gran voglia di godere alla grande di questi ultimi ten australians days.

Comincio subito andando da Mike, per vedere se finalmente ha finito la tavola che aspetto da mesi. Ma come al solito, l’amico shaper accampa un sacco di scuse. Mi riprendo i soldi della caparra e arrivederci e grazie. Tanto a Byron Bay gli shaper spopolano. Insieme a Luca, amico e grande surfista, inizio il tour delle fabbriche della zona: Mctavish, Takayama, Munro. Alla fine mi fermo alla Bear e la mia scelta ricade su un modello Beau Young (tanto più che l’ho conosciuto): 6’2” con scassa single fin più pinnette fcs, shapata a mano da Paul Hutchinson. Un gioiellino…che mi costa un occhio della testa. Una tavola tutta nera con la plancia gialla e bianca. E come tutte le cose belle e preziose, pure maledetta.

Il giorno dopo, decido di provarla insieme a Pillo (mio sostituto pizza-maker) al Wreck, spiaggia che deve il suo nome ad un relitto che ancora affiora dall’acqua. La tavola, sulle onde pulite, va che è una favola. A pranzo, giusto il tempo di un barbecue in spiaggia, e poi di nuovo alla ricerca delle onde migliori. Alla Lighthouse, dove si ha una panoramica a 360° di tutte le spiagge di Byron, decidiamo di raggiungere Tallow Beach. Una volta in acqua, le dimensioni delle onde si rivelano ben maggiori di quanto sembrava dall’alto. Sfiorano i 3 metri per i set più grandi. Ma io e Pillo ci facciamo coraggio e remiamo verso la line-up. Adocchio una bomba incredibile. Le vado incontro. Fatto il take-off, mi accorgo che l’onda è un bel close-out e allora mi tuffo nel cavo per non prenderla in testa. Affioro dietro l’onda, ma la tavola viene travolta dal ricciolo e con il leash sento che comincia a tirarmi sottacqua. Quando il laccio si rompe. Mi ritrovo in mezzo al mare, senza tavola. La mia nuova, fantastica, costosissima tavola.
Pillo mi viene in soccorso e insieme raggiungiamo la riva. Ma di lei, neanche l’ombra. Comincio a cercarla disperatamente per tutta la spiaggia. E, quasi al tramonto, la vedo. Se ne sta in mezzo al mare, incredibilmente immobile. Provo a raggiungerla. Ma onde e corrente, mi costringono ad abbandonare l’eroica impresa. Non mi resta che tornare a casa, in compagnia di qualche lacrima che mi scende tutt’altro che timida sulla guancia.

La mattina dopo, torno a Tallow Beach. Ricomincio a cercare. Dopo neanche 100 metri di camminata, finalmente me la trovo davanti. Sulla sabbia, intatta, senza nemmeno un graffio. Ultimo regalo di un paese di stranezze che per cinque mesi mi ha voluto con sé. Che mi ha coccolato, mi ha fatto vedere quanto può essere generosa e accogliente se però rispetti le sue regole. Che si è costruita un’identità amalgamandone tante altre. Per diventare qualcosa di unico. Diverso da qualsiasi altro luogo. Una terra per tutti, di tutti. Adesso e forse ancora domani, anche un po’ mia. L’Australia.
 
 
 
 
 
 
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