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Max Casacci
Max Casacci
 

Subsonica: «l'Italia ignora il futuro»

 
Due chiacchiere con il chitarrista Max Casacci. Il tour estivo passa dal PopEye Festival della Spezia. Venerdì 25 luglio allo Stadio
 
   

     
15 luglio 2008
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di
Marianna
Norese
   

In occasione della tappa del tour estivo dei Subsonica al PopEye Festival della Spezia (venerdì 25 luglio 2008, Stadio, ore 21.30) ne abbiamo approfittato per fare due chiacchiere con Max Casacci, chitarrista, produttore e ideologo del gruppo torinese.

Come è andato il Traffic? (Max fa parte della direzione artistica del Festival n.d.r.)
«Bene. Ci sono stati due dati significativi: il primo è che nella sera del concerto di Patti Smith, nonostante il nubifragio che si è scatenato, le 10-15mila persone venute ad ascoltarla non si sono mosse. Cosa che ci ha fatto piacere e che in qualche modo ci accomuna allo spirito dei festival europei spesso alluvionati. Secondo, nella serata di giovedì con nomi meno noti –era la sera in cui hanno suonato i Battles- c’erano comunque 30mila persone. Vuol dire che il Festival sta acquistando fiducia e questo è un segnale positivo anche per avere più autonomia in futuro.
Anche le attività collaterali al festival sono andate bene. I galleristi che collaborano con noi erano soddisfatti di vedere tanti ragazzi riempire i loro spazi».

Cosa mi dici dell’album L’eclissi?
«Dopo Terrestre con cui avevamo scardinato il nostro meccanismo usuale di composizione,  L’Eclissi segna un ritorno alle sintesi di musica elettronica. Oltretutto nell’ultimo periodo Samuel, Boosta e Ninja si sono dedicati in modo massiccio all’elettronica e ovviamente questo è andato a confluire nel progetto dell’ultimo album».

Che rapporto avete con i vostri collaboratori?
«Lavoriamo insieme da molti anni. Sono come una parte allargata della famiglia. Per il setting del tour ci siamo affidati a Mamo Bozzoli, il nostro light designer, che ci ha ingabbiati in una struttura fredda davanti ai pannelli dei led. Nel tour estivo ci sarà maggiore libertà di movimento, rispetto alla rigorosità di quest’inverno». 

Come lavorate invece con i registi dei vostri videoclip?
«Ci piace cambiare e affidarci a giovani sperimentatori. Abbiamo lavorato insieme a Diego Lazzarin, ci è sembrato abbastanza pazzo da poter collaborare con noi. Lasciamo carta bianca. Rischiamo».

Che rapporto avete con le vostre vecchie canzoni?
«Ottimo, ne suoniamo sempre molte ai nostri concerti. Oltretutto le riproponiamo nella loro versione originale. Per dare un senso di continuità».

Qualche episodio saliente della tua carriera nei Subsonica?
«Tanti. Uno è stato quello di riproporre in concerto il brano Coriandoli a Natale, che abbiamo suonato alla data zero del tour in piazza Vittorio. Al numero 21 della piazza c’era la sala in cui la scrisse Gigi Restagno, figura chiave nel panorama musicale di Torino negli anni 80, ora scomparso. È stata un bella occasione per ricordarlo».

C'è stato un momento in cui hai realizzato di avere raggiunto il successo?
«I primi concerti a Roma nel '98. Tutta quella gente venuta ad ascoltare noi. E poi un momento è stato quando abbiamo visto che la prima sera fuori c’erano i camioncini dei paninari, la seconda gli abusivi che vendevano le nostre magliette taroccate».

Ti sei mai chiesto perché i Subsonica hanno avuto successo?
«Per il rapporto costante con la nostra autenticità. Il rimanere autentici nei confronti del pubblico».
 
Avete in agenda delle date all’estero?
«Sì. Il 6 agosto saremo a Ibiza, poi a Londra, Bruxelles, Mosca. Sarà un’esperienza nuova. Ci siamo sempre concentrati sull’Italia. Una volta siamo stati in Giappone ma per il resto gli episodi all’estero sono stati sporadici».
 
Avete mai pensato di fare uscire un vostro album solo sul web, come hanno fatto ad esempio i Radiohead?
«Ci abbiamo pensato e una possibilità per sperimentarlo potrebbe essere quella di mettere in rete un album di musica strumentale a cui stiamo lavorando».

C’è una canzone dei Subsonica a cui sei particolarmente legato?
«Sì. Il cielo su Torino».

Come decidete la scaletta dei vostri concerti?
«Decidiamo le canzoni che abbiamo voglia di suonare. Ormai abbiamo molte versioni live delle nostre canzoni, le ascoltiamo e cerchiamo di capire quali funzionano meglio. La struttura della scaletta deve ricordare quella del djset, deve essere un flusso, ecco perché la gente non si annoia e dopo due ore di concerto ne vorrebbe ancora».

E nel futuro?
Adesso è uscito il nostro terzo singolo Nei nostri luoghi legato all’ambiente, alle energie rinnovabili, siamo anche testimonial di una campagna in questo senso. In tutto l’album ricorre il tema che in questo Paese non si guarda al futuro, non si progetta. Che il futuro viene ignorato». 

 
 
 
 
 
 
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