Questa settimana comincia una nuova avventura. Che l’Australia sia un paese sui generis, l’ho scoperto man mano, vivendola. Anche se qualche sentore, l’avevo già prima di partire. A cominciare da quel pezzo di carta che ha reso possibile viaggio e permanenza in questo paese folle: il working-holiday, un visto che ha validità di un anno, durante il quale si può lavorare e al tempo stesso gironzolare a piacere tra spiagge e brughiere.
Piccole restrizioni a parte (ad esempio non si può restare sotto lo stesso datore per più di 6 mesi). A rendere ancora più straordinario questo visto, la possibilità di rinnovarlo per un altro anno: basta dimostrare di aver svolto, per almeno 3 mesi nel primo anno, attività utili allo stato. Lavori di manovalanza, sporchi lavori (ndr raccolta delle banane), quelli che noi italiani snobbiamo sempre di più. Anche se ancora tra i più dignitosi.
Ed è così che mi ritrovo a fare il contadino in fattoria. Questa la mia new mission.
Per un giorno a settimana vestirò i panni di un contadinozzo tutto fare. Il mio nuovo ufficio sarà una fattoria di tacchini, sulle colline di Byron Bay. Padrone di casa della Sunforest, un certo Matthew, un personaggio più matto dei tacchini che alleva. Un incrocio tra Jack Nicholson ai tempi di Qualcuno volò sul nido del cuculo, un corraziere e Jim Morrison (per la capigliatura). La Sunforest è una Organic Farm, in pratica una fattoria biologica. Qui i tacchini sono liberi di scorrazzare qua e là, mangiano quando vogliono, vivono tranquilli in questa piccola fetta di paradiso. Ma anche per queste povere bestie, la pace eterna non è di questa terra. A porre fine a questo idillio, la mano di un fresco pizzaiolo ora boia di tacchini. A me il compito di sopprimere, depiumare, macellare, mettere sottovuoto e pesare le povere bestiole (non me ne vogliano gli animalisti…). Ma in fondo, anche questa è vita, un’eperienza come un’altra (…), formativa direi (fetore nauseabondo a parte). E in più, se il reparto macelleria dell'Ipercoop cercasse personale, potrei propormi a giusto titolo.
Ma veniamo al mio amato surf. Non c'è niente di più esaltante per un surfista (dopo surfare ovviamente) di instradare un nuovo adepto. Il fortunato si chiama Albertino, un altro mio mio compagno di casa. Con lui mi diverto un po’ (probabilmente per smaltire del tutto quel sano sadismo che mi ha lasciato l’esperienza con i tacchini). Gli racconto che esiste un codice d'onore surfistico da rispettare a tutti i costi. Che poi non è del tutto falso. Anche noi abbiamo le nostre regole e una fede comune (basso tentativo di discolpa). Comunque, alla fine, riesco a strappare al mio ingenuo amico un giuramento che proprio perché non necessario, sembra ancora più solenne. Finito il rito di iniziazione, raggiungiamo la spiaggia, Watego's Beach, luogo che terrà a battesimo questa recluta surfistica. Anche qui, qualche minuto di teoria (questa volta fondata) è d’obbligo.
Un po’ di infarinatura generale sul surf, qualche principio base, tra remate, take-off e posture varie da tenere sulla tavola. E poi, finalmente, in acqua. Raggiunto l’oceano, ci muoviamo verso un picco con onde piccole e acqua bassa. Io a nuoto e Albertino sulla tavola. Un po’ goffamente, arriva alla line-up, lo aiuto a mettersi in posizione e, alla prima onda, lo spingo leggermente per favorirgli la remata. Il ragazzo mette in pratica i miei insegnamenti. Per qualche secondo riesce a stare in piedi sulla tavola, ma poi finisce sott'acqua a caccia di pesci. Ma è l’espressione esaltata e caparbia che ha sulla faccia quando riemerge, che mi fa capire di aver davanti una nuova recluta di questo meraviglioso sport. Una filosofia di vita, che ha il mare come unico codice d’onore. Perché, come dicono gli hawaiiani, non c’è niente di più magico di ‘He'e nalu’, scivolare sull’onda.