21/28 aprile 2008
Settimana di cultura del luogo, pulizie generali e qualche svago (altro dovere a cui non si può mai venir meno). Si parte con la visita alla Lighthouse di Byron Bay, opera dell’ingegno dell’architetto ottocentesco Harding Charles (un nome, una garanzia). Questa casa della luce sulla east coast australiana, è costruita in blocchi bianchi prefabbricati, ha un’altezza di 18 metri e una corona ornamentale come segno distintivo. In poche parole, è un faro. Sì ma, non uno qualsiasi. Parlo infatti del faro più potente di tutta l’Australia che, dall’alto dei suoi 118 metri sul livello del mare, in cima al promontorio di Cape Byron, domina le spiagge della zona: a sinistra quelle di Belongil, The Wreck, Main Beach, Clarks Beach, The pass e Watego’s; a destra Cozy Corner, Tallow Beach, Dolphin Beach, Suffolk e Brocken Head. Uno spettacolo che mozza il fiato (da annotare tra l’elenco di astuzie per abbordar fanciulle, altro che collezione di farfalle…).
Dalle stelle alle stalle: dalla romantica cornice marina alle pulizie di casa, a cadenza settimanale. Il passatempo non è certamente dei migliori, ma l’affiatato team tutto made in Italy, sfoggia un’organizzazione da colf navigate: c’é chi aspira, chi lava il bagno, chi tira a lucido i pavimenti, chi raschia fornelli e mattonelle di cucina con un’energia proporzionata all’incrostamento della macchia. Chi si dedica con zelo a togliere accumuli di polvere e chi elimina (seppur con qualche rimorso) le case tessute a fatica da Pierino (povero ragnetto!). Beh, messa così, è difficile credere che ci si dedichi alle pulizie ogni sette giorni, ma, o lo sporco in Australia si accumula più facilmente che altrove, o noi come colf non abbiamo un gran futuro (buona la seconda). Le nostre aspirazione, infatti, sfiorano altri lidi. E, a tale proposito, apro un’utile parentesi sull’identikit del team.
Davide: professione bartender, esperienze divise tra Milano, Londra e Australia. Sogno nel cassetto, aprire un bar, magari proprio a Byron.
Alberto: passato da cameriere e maitre in Sardegna, Inghilterra e Australia, dove arriva per staccare dal fumo di Londra e dove pensa di mettere radici.
Alessandro: cuoco giramondo, spazia da Sud America a India, dilettandosi nella sua altra passione, ideare accessori (collanine, cinture di cuoio e dreadlock per ‘rastaman’). Progetti per il futuro, ripercorrere in Brasile il viaggio in moto del Che.
E infine Beppe, il più concreto (forse): dopo 4 anni in lungo e in largo per la terra dei canguri, si ferma a Byron, dove, ottenuta la residenza, si divide tra casa (la nostra), lavoro, surf, amici e ragazza (unico dato da accertare).
In questo marasma di progetti futuri e capacità reali, un’unica certezza: fare un po’ di casino (non sia mai che si possa schiarire qualche idea). Questa volta luogo di distruzione di massa, sarà il Northern Hotel, che ogni 2/3 mesi, organizza una festa che deve il nome a un programma americano molto famoso negli anni 70/80, il Solid Gold. A detta di molti, un party-night molto cool (e 25 bei dollaroni se ne vanno). Scatta così un nuovo travestimento. Lo stile imposto dalla festa è quello alla ‘Love Boat’, ma poiché siamo a corto di divise da marinai e collane floreali, ripariamo su un evergreen: il pirata.
Facciamo l’entrata al Northen fieri delle nostre bandane e camicie strappate, tanto che uno dei nostri, Mattia, vince perfino il premio come miglior dress-up. La serata va alla grande, la musica è bella, la gente pure e la banda dei predatori dei caraibi fa furore.
Alle 5 del mattino ci cacciano via dal locale, dato che ormai iniziavano ad arrivare le donne delle pulizie. E, anche se da questo incontro avremmo sicuramente tratto qualche vantaggio, decidiamo di tornare a casa. Mezzi sbronzi, mezzi sfatti e con la testa più confusa di prima.