18 febbraio 2008
Arrivo a Rainbow Beach in una bellissima quanto inattesa giornata di sole. Anche l’ostello supera le aspettative: pulito e confortevole anche se off limit prima delle 11 e quindi, in queste tre ore di attesa, mi precipito in spiaggia. Era da quando ero piccolo che non andavo al mare così presto, da quando mia nonna a Portovenere mi portava prima per non farmi scottare.
Rainbow Beach è infinita e nasconde una storia affascinante: una ragazza bellissima un giorno incontra su questa spiaggia un arcobaleno. I due si innamorarono al primo sguardo dandosi appuntamento tutti i giorni. Ma, come ogni storia d’amore che si rispetti, il temibile antagonista, in questo caso un crudele guerriero, rapisce la fanciulla che, ovviamente, non ricambia i suoi sentimenti. Forte della sua arma, un boomerang maledetto, il guerriero minaccia la ragazza tenendola segregata. Ma lei sfida la sorte, scappa e raggiunge l’amato. L’epilogo è dei più scontati quanto strappalacrime (il romanticismo non conosce frontiere): lui (l’arcobaleno) muore per salvare lei. Il povero martire, dallo scontro con il boomerang, finisce in frantumi, spargendo le sue tinte colorate su tutta la spiaggia.
Da qui la spiegazione di questa sabbia multicolor che sfuma dal giallo al bianco, al nero e al rosso.
Anche le onde non sono male, ma evito di uscire con la tavola. Pare che al largo girino parecchi squali. Mi tengo la voglia di surfare finchè arriva l’ora del check-in per la gita al Parco di Fraser Island: tre giorni di mare e sole (spero) in compagnia di altri nove avventurieri: 4 inglesi, 1 italiano, 2 tedeschi, 1 giapponese e 1 americana. Affittiamo jeep e attrezzatura da campeggio. Le guide ci spiegano un po’ il percorso, ci mettono in guardia contro i dingo e ci danno qualche dritta su come guidare sulla sabbia. Il trip promette bene, l’entusiasmo è a mille e sono convinto che aumenterà durante il tour (dopo aver speso 100 dollari in alcool, mi aspetto almeno un po’ di sballo).
19-20-21 febbraio 2008
Il maltempo è il mio più fedele compagno in questo viaggio. Mi dispiacerebbe quasi che per un giorno intero non piovesse almeno per quelle 7-8 ore consecutive (… dovrò pur prendere la cosa con ironia no?).
Il traghetto per Fraiser Island ci aspetta. Arrivati sull’isola mettiamo ai voti chi guiderà la jeep sulla sabbia. E la scelta ricade su di me (ho sempre avuto la faccia da bravo ragazzo affidabile). Mito sfatato dopo i primi tre-quattro ‘impantanamenti’. Ma dopo un po’ inizio a prenderci la mano.
Prima tappa, Lake Mckenzie: un lago d’acqua dolce con sabbia bianchissima da far invidia ai caraibi. Ma non abbiamo molto tempo per goderci lo spettacolo. Tra poco l’alta marea invaderà tutto e guidare sull’acqua la vedo un po’ dura!
Scegliamo così il posto dove campeggiare: ci basta poco per montare la tenda e imbastire la cucina per un cenone a base di bistecche e gunn. Breve parentesi: dicesi gunn, un vino australiano aromatizzato contenuto in sacchetti argentati. Il nome ha origini africane e significa cuscino, perché gli aborigeni, finito il vino, gonfiano a fiato il sacchetto e ci appoggiano la testa per dormire. Lodevole il packaging, pessimo il vino!
Seconda tappa, Ely Creek: torrente di acqua limpida tra piante tropicali e alberi di 30 metri. Segue la visita allo shipwreck maheno, relitto di una nave incagliatasi negli anni ’30.
Terza tappa, Lake Wabby: altro lago immerso in un paesaggio surreale, tra jungla da un lato e deserto dall’altro. Ci accampiamo per la sera con la vista sazia di paesaggi strabilianti e lo stomaco sempre sazio ma molto meno soddisfatto!
La mattina dopo a darci il buongiorno è una meravigliosa alba. Colazione nel bosco e bagnetto nel lago (una bella alternativa alla vasca da bagno). Solo noi e qualche centinaio di specie sconosciute tra animali e piante. Una sorta di sano ritorno alle origini. La fine di tre giorni in compagnia di facce che forse non rivedrò mai più ma che di certo non sarà facile dimenticare.