11-12 febbraio 2008
Il bus per Townsville è puntuale e ci porta al terminal dei traghetti dove ci imbarchiamo per Magnetic Island. Ha inizio così la nostra epopea: acqua ovunque, dall'alto e dal basso. Diluvio, mare in tempesta, una bomba dietro l'altra (i surfer sanno cosa intendo, onde di almeno 3 metri). Finché la prua del nostro ferry viene buttata sottacqua, tra le urla dei ragazzini e gli attacchi di panico degli adulti. Facciamo il viaggio praticamente al minimo e finalmente doppiamo la punta dell'isola e il mare inizia a calmarsi. Bacio terra e raggiungiamo l'ostello. Anche se è buio, il posto sembra fantastico: il solito binomio spiagge-palme che non stanca mai. Mentre le nostre camere sembrano bunker, ma non si può avere tutto.
La mattina dopo Apollo ci fa la grazia: una giornata di sole ideale per scoprire l'isola. Io e la Vale decidiamo di noleggiare una Moke: ci aspetta un giro di 5 ore tra spiagge più o meno sperdute, in mezzo a sentieri di bushwalking (una specie di trekking): Geoffrys bay, Alma bay, Horseshoe bay, Radical bay. Un sacco di bay, baie curatissime, con bagni pubblici, spazi barbecue, stingers net (reti di protezione per le meduse) e cartelli con indicazioni di pronto intervento in caso di puntura (pare che il vinagre in questi casi sia miracoloso, io sapevo di un metodo più “naturale”…ma forse è meglio l’aceto). Arriviamo così a Rocky bay, da mozzare il fiato: spiaggia di sabbia dorata circondata da rocce levigate dal mare e erose dal sole, immerse in una vegetazione lussureggiante di palme, eucalypti e piante con grandi fronde (ammetto che la mia fedele Lonely Planet mi è stata d'aiuto in questa descrizione). Su una collinetta al centro dell'isola, visitiamo the forts, base di contraeree antigiapponesi della seconda guerra mondiale.
Deciso a godermi al massimo questa giornata di sole, mollo la Vale in ostello e con la Moke continuo il sali-scendi dell'isola fino a Picnic bay: nuotata in solitudine e rientro in ostello con corsetta di 4 km. Birra fresca con piedi in ammollo nell'oceano e cuore in pace.
13-14 febbraio 2008
Per una giornata da incorniciare ce n'è subito un’altra da dimenticare. Apollo non ripete e la pioggia ci dà di nuovo il buongiorno. Dalla stagione delle piogge non potevo pretendere altro! Decidiamo comunque di raggiungere Airlye beach, convinti che non saranno due gocce a fermarci. E infatti è una strada allagata a impedirci di continuare. Fine dell'impresa con sfilza di imprecazioni come se piovesse, appunto.
Accantonato lo sconforto, ripariamo su Townsville, una piccola New Orleans. Dopo aver spedito il mio primo pacco-dono per l'Italia (promessa fatta prima di partire), finiamo al Museo della Barriera Corallina: pesci variopinti, serpenti, squali. E poi il Museo tropicale del Queensland: ragni imbalsamati, farfalle (anche quella blu e nera, la ulysses butterfly) e la mitica Pandora's, la nave salpata dall’Inghilterra per riacciuffare gli ammutinati del Bounty. Una hostess mi usa anche come cavia per una dimostrazione: carico il cannone e sparo (a salve). Beh, alla fine la giornata non è stata così male, ma domani spero di non avere altri cambi di programma.
San Valentino, regalo dal cielo: la strada per Airlye Beach è open. Quattro ore di viaggio tra foreste, praterie, fiumi e paludi. Ma di canguri e koala neanche l’ombra, solo delle gran vacche al pascolo. Strana questa Australia! Finalmente arriviamo alla meta, una bella esplanade sul mare con laguna artificiale e un’unica via come centro. Niente di più. Ma a noi poco importa, siamo qui con uno scopo ben preciso: salpare alla volta delle Whitsunday Islands. Una bella crociera in mezzo agli atolli, al mia prossima mission. Ma prima cenetta con koo&crock medley, misto di carne di canguro e coccodrillo. Niente male, se non fosse che il coccodrillo sa di pollo!