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8-9 febbraio Eccomi agli ultimi giorni nella farm. Passo la mattinata del venerdì a potare alberi sotto il sole cocente e alla mezza finalmente stacco. Un rito australiano impone che chi lascia la piantagione deve offrire a chi resta un box di birra (ogni scusa è buona per introdurre alcol in corpo). Segue la solita colletta per il punch, puntata al bottle shop (una specie di macdrive del bere) e l'acquisto di braccialetti anti-imbucati (della serie: beve solo chi paga!). Dopo una notte non troppo brava, ci svegliamo presto. Il tempo è finalmente dalla nostra e ne approfittiamo per una gita in pulmino. Passo così un sabato memorabile. Dopo il barbecue con tutti i ragazzi dell’ostello a Etty Bay, una baia selvaggia a 20 km da Innisfail, finalmente faccio il mio primo bagno nell'Oceano Pacifico. Esperienza che rafforza ancora di più il mio rapporto con il mare, un legame che ho nel sangue e che ritorna vivo più che mai anche su questa spiaggia a migliaia di Km da casa. Qui abita il cassowary, un uccello gigante simile allo struzzo. È lui il nostro spettatore d'eccezione in una partita di football che improvvisiamo sulla spiaggia, con conseguenze disastrose: io ne esco con un occhio nero e il mio fedele compagno di disavventure, Ash, rimedia 7 punti di sutura dietro l'orecchio (però vinciamo 5 a 3). È un po' malconcio che festeggio consumo la mia ultima hangover in ostello. Oltre agli alcolici questa volta aggiungiamo anche un po’ di frutta per festeggiare il compleanno di alcuni ragazzi. Solita tappa al Rumors e poi scatta la spedizione punitiva: una serie di piccole ripicche contro i nostri vicini di ostello, i fighetti del Codge Lodge. I dettagli di queste ultime imprese, li risparmierei, giusto per mantenere un minimo di dignità.
10 febbraio Domenica mattina mi alzo presto. Libero letto e armadio (è già arrivata la ragazza che li occuperà) e raccolgo le mie cose. Prossima meta Mission beach. Parto con la mia compatriota Vale e un paio di ragazzi, compreso Adam, un inglese con lo stemma del casato di famiglia tatuato sul petto. Ci presta la macchina Chris, che salda così il suo debito con me (date da bere ad un irlandese e vi farete un amico per la pelle). Sotto una pioggia torrenziale, arriviamo alla nostra prossima dimora, un ostello nuovo di pacca (e ovviamente qui staremo solo una notte). Una signora di origine sudafricana ci dà uno strappo alla spiaggia, piccolo, ma per noi fondamentale omaggio a un paese che ha nel cuore. ‘Ma com’è che l’Italia ce la invidiano tutti e io che sono italiano l'ho lasciata?’ è la riflessione che mi assale durante questo breve viaggio. Almeno finché non mi trovo davanti una distesa a perdita d'occhio di sabbia, palme e piante tropicali. E non un'anima in giro. Una specie di paradiso incontaminato. Avvicinandomi mi accorgo che tutta la spiaggia è piena di puch scavati da granchi minuscoli che sputano fuori delle sferette di chissà quale valore. Spero poco, dato che me ne ritrovo sotto i piedi una quantità indefinita (non vorrei avere sulla coscienza una specie estinta). Ma ormai… Mezzi stremati per la camminata e la pioggia, che ci risparmia solo per qualche ora, ce ne torniamo in ostello. Stasera a letto presto. La sveglia per domattina è puntata alle 7:30. Mi aspetta il bus per Townsville e il traghetto per quell’isola che, solo a pronunciarla, trasuda fascino: Magnetic Island
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