24 gennaio 2008
Ancora non mi sembra vero di aver fatto tutto quello che ho fatto in un solo giorno! Questo pensiero un po’ ridondante, nasce dall’incredulità di chi è stato abituato per una vita a trafile infinite e snervanti. Quelle del pesante sistema burocratico italiano.
A Brisbane in poche ore sono riuscito a:
- aprire un conto in banca e avere subito il bancomat in tasca;
- comprare un cellulare con scheda ricaricabile australiana;
- regolarizzare il visto con timbro ufficiale all’ufficio immigrazione;
- farmi tradurre il foglio usl per il medi-care all’ambasciata italiana;
- fare l’assicurazione medica (medi-care).
Il tutto per la modica cifra di 0 $ australiani. Iter e spese ben lontani dalla mia patria, difficile da rimpiangere in questi casi.
Al momento del pranzo, consumato al Myer center (una specie di Ipercoop moltiplicato per cinque), divento invece molto più nostalgico: cous-cous e pumpkins (zucche) con contorno di sweet chili potato. E pensare che avevo ordinato uno dei piatti più semplici!
Faccio due passi per digerire il pastone e mi ritrovo a Southbank, ex zona industriale trasformata in area culturale-multimediale, immersa in un parco con tanto di piscina, sabbia e bagnini alla Baywatch.
A Southbank c’è l’Artmuseum, la Queensland international library e il GOMA (Gallery of Modern Art), il pezzo forte. Il caso vuole che proprio in questi giorni siano in mostra le opere di Andy Warhol! E parlo di caso perché a me la pop-art ha sempre fatto impazzire, fin dai tempi di educazione artistica alle medie. Così giro per più di due ore tra barattoli della Campbell’s, tappezzerie di mucche, il faccione di Mao Tse Tung e una Marylin che ora posso dire di aver visto da vicino. Finché una coda infinita cattura la mia attenzione: decine di persone in fila davanti a una macchinetta tipo quella delle fototessere, che stampa però serigrafie. La coda non mi spaventa, tanto che la faccio due volte, perché, almeno per un giorno, voglio provare a sentrimi, se non come Marylin, almeno come Mick Jagger!
25 gennaio 2008
Ultimo giorno a Brisbane (almeno per il momento). Oggi a farmi da ciceroni, sono state due simpatiche persone di mezza età, in Australia da 45 anni, 15 dei quali vissuti in barca a vela. A loro mi lega una parentela lontana, sufficiente comunque ad accogliermi a braccia aperte e a portarmi in giro per la Gold Coast.
Per un surfista malato di mare come me, questo nome vuol dire una cosa sola e cioè Surfers Paradise. Una specie di Maranello per un tifoso della Ferrari. Un’icona surfer sognata per anni e ridotta in frantumi in pochi istanti. Quanto basta per trovarmi davanti un incrocio tra Llorret de Mar e Riccione, il giorno di ferragosto. Palazzoni a perdita d’occhio direttamente sulla spiaggia, locali, negozi, una calca di gente infinita e neanche un surfista in mare.
Ma, nonostante la delusione, la foto sotto l’insegna Surfers non me la toglie nessuno, giusto per far schiattare d’invidia i miei amici surfer in Italia.
Ben più stimolante, invece, l’incontro con il figlio della coppia che oggi mi fa da guida. Mi ricorda lo zio Jesse nel telefilm Bo & Luke (il mio retaggio culturale mi perseguita anche in Australia) . Gestisce un’officina di macchine con rimessaggio barche, attività come tante altre in zona, se non fosse che qui si produce un bourbon non proprio legale e che lui esibisce con orgoglio la sua qualifica di contrabbandiere d’alcol. E non alcol qualunque ma the bourbon with the balls, come dice l’etichetta stampata sulle bottiglie.
Lo zio Jesse australiano insiste per farmene assaggiare un goccio. Un goccio che diventa tre bicchieri seguiti da un beverone di acqua sporca e bollente che chiamano caffé ma che, per annacquare il bruciore allo stomaco, accetto volentieri. Seguono limoncino con contorno di noci e mango per merenda e bottiglia di rosso australiano a cena. È così che mi ritrovo a fine giornata particolarmente ilare e fiero di aver assecondato le usanze locali. In fondo l’ultimo giorno a Bribsane dovevo pur festeggiarlo in qualche modo, no?